La piazza su cui si affaccia la casa porta il nome di Angelo Giustinian-Recanati (1757–1813), patrizio veneziano e Provveditore straordinario di Treviso negli ultimi giorni della Serenissima. La sua storia merita di essere raccontata.
Il 2 maggio 1797 Napoleone Bonaparte, generale in capo dell'Armata d'Italia, entrava a Treviso. Ad accoglierlo, per tradizionale cortesia veneziana, andò il Provveditore straordinario della città: sier Anzolo Giacomo Giustinian di San Basegio — l'uomo a cui oggi è dedicata la piazza su cui si affaccia questa casa. Alla sua nomina i trevigiani si erano messi al cappello un fermaglio con il Leone di San Marco e il motto «Tibi soli Fides Tarvisina», a te solo, San Marco, la lealtà trevigiana; in seicento si erano offerti in spontaneo servizio alla patria.
L'accoglienza del generale fu tutt'altro che cordiale. Napoleone, che pochi giorni prima aveva minacciato di farsi «un secondo Attila per lo Stato Veneto», mise in campo le solite accuse contro la Serenissima e gli ordinò di abbandonare subito Treviso. Ma Giustinian, tra i pochi a non lasciarsi sgomentare dalla prepotenza francese, rispose imperterrito: non avrebbe lasciato la città senza un ordine del suo Governo.
Alla furia del Bonaparte — che pretese «le teste dei dieci inquisitori di Stato», dimenticando che gli Inquisitori erano soltanto tre — il patrizio rispose con un gesto rimasto nella storia: si tolse la spada, la consegnò a un ufficiale francese e si dichiarò prigioniero e ostaggio, offrendo il proprio sangue «fino a l'ultima goccia» purché la sua patria restasse salva. Colpito da tanta fierezza, Napoleone si fece più pacato: gli restituì la spada e, quale premio di buon cittadino, gli promise salvi i suoi beni. Ma Giustinian rifiutò sdegnosamente ogni favore personale:
«Sarei molto vile se pensassi a questo quando è in gioco il sacrificio della mia terra, la benedetta terra del mio San Marco.»
Due giorni dopo, non potendo comunicare liberamente con il suo Governo, Giustinian raggiunse Venezia ed entrò in Maggior Consiglio proprio mentre il doge Manin proponeva, per placare il francese, l'arresto dei tre Inquisitori. Volle parlare, ma ormai la decisione era presa: si votò, e l'esito fu di settecentoquattro voti favorevoli contro dodici. A quel risultato sier Anzolo, tremante, scattò in piedi gridando «Vigliacchi!» — e pianse.
Passata l'orda napoleonica, servì ancora brevemente la cosa pubblica sotto il governo austriaco, che gli riconobbe ampi meriti, per poi ritirarsi a vita privata nella sua villa di Spresiano. Un raggio di sole tra le tenebre della caduta della Serenissima.
Dormire a Corte Giustinian significa abitare, ogni notte, un piccolo pezzo di questa storia.